A quelli che un tempo forse mi hanno amato
così com’ero e non sono più,
agli altri che chissà da quale parte
forse mi amano per quello che ora sono
ma che pure sforzandomi non riesco a vedere,
alle cose che ho avuto e che ho perduto
e anche a quelle che ho desiderato,
alla mia bella carta intestata
che ora mi serve solo ad arrischiare
versi pesanti e forse inconcludenti,
alla paura sempre più incalzante
di guardarmi allo specchio la mattina,
ai miei toscani
ogni sera più duri da fumare,
agli esami
che comincio ogni notte senza mai superare,
e soprattutto a te
che ogni giorno mi spiani la salita
sorreggendomi quando sto per cadere
e che mi guardi come in uno specchio
che non riflette di me dubbi e rimpianti,
dedico queste note discordanti
come da dentro le sento riaffiorare.
 
Perdona i miei vuoti di esistenza
questi silenzi che non sanno parlare
e soprattutto il grigio che diffondo
tanto difficile – lo so – da sopportare.
 
Perdona ogni promessa mia mancata
gli scatti d’ira del resto ora più rari
le indecisioni che sembrano pigrizia
l’accanimento cieco alle abitudini.
 
Perdona tutti i sogni irrealizzati
volati via dove non so raggiungerli
o più semplicemente decomposti
in incubi rancori ed ossessioni.
 
Perdona le mie fughe solitarie
la routine dove cerco rifugio
l’indifferenza che è solo un’apparenza
per tutto quello che continui a darmi.
 
Non così immaginavo i nostri giorni
né questa vita io volevo offrirti
e non avendo di certo il tuo coraggio
rifiuto la realtà che ci circonda.
 
Forse alla fine forse troverò la strada
grazie a una luce che sconfigga il buio
e ti prometto che se ciò accadrà
prima di ogni altro tu sarai illuminata.

 

(a mia moglie) 

 11 Febbraio 2003